Monthly Archives: luglio 2011

Tolleranti, quindi colpevoli

Tolleranti, quindi colpevoli

Scendo dall’ottovolante dell’informazione dedicata alla terribile strage di Utoya con lo stomaco sottosopra, la convinzione radicata che l’arma della parola si consuma con poco ma lascia danni permanenti, la necessità di connettere cervello e penna prima di mettere in moto la mano.
Il mondo intero ha espresso lo sdegno, il cordoglio, la solidarietà a questo popolo pacifico e globale, che ha costruito una forma esemplare di convivenza civile, praticata con politiche di promozione dello sviluppo nel sud del mondo e adesione sincera alle campagne globali delle organizzazioni internazionali.

Il primo giorno, complici le notizie frammentate, l’emergenza delle ore che passavano e soprattutto una rivendicazione via web, i media mondiali hanno puntato la pista jihadista, lo scontro di civiltà riproposto proditoriamente nella più mite delle società.

Lo shock del norvegese, islamofobo e cristiano, giovane e biondo – da qui la facilità con la quale molte vittime sono cadute nelle mani del carnefice – ha girato di 180 gradi il faro, che ha illuminato con la stessa sicurezza il disagio delle società scandinave, il sessismo intra-familiare, la violenza sottile che promana dalle pagine di Larsson e dagli altri giallisti nordici.
Al terzo giorno, nuovo giro, nuova corsa. Fioriscono sui giornali della destra italiana le analisi che legano funambolicamente i due filoni, cercando di dimostrare che una società aperta, troppo aperta, dunque multiculturale, crea un ambiente così plurale da scatenare pulsioni violente di rifiuto. Non siamo al “se la sono cercata” come si diceva delle ragazze violentate quando indossavano gonne troppo audaci, ma poco ci manca.

Ieri, intervenendo ad una trasmissione radiofonica di successo, l’onorevole Borghezio della Lega ha detto esplicitamente di non condividere il gesto ma di condividere integralmente le motivazioni costringendo il Carroccio a chiedere scusa al governo norvegese.

La società contemporanea è ossessionata in generale dalla paura dell’anonimato, della mediocrità e dalla conseguente ricerca di un’emozione, di una scarica di adrenalina, di una ribalta che riscatti una vita altrimenti all’ombra. Ne sono riprova i contenuti di violenza succhiati in tenera età nei videogiochi, i formati tv del talent show declinati in tutte le salse, i GF, le piattaforme virtuali di socialità, perfino i suicidi e i massacri annunciati (da Columbine ad altri episodi meno conosciuti ed altrettanto cruenti). La motivazione addotta dall’assassino di Oslo («sarò ricordato come il mostro più grande») non sfugge alla regola.
Sarei tentato di dire che la politica c’entra quasi per caso, che qui c’è una psicopatologia grave che cerca una causa da sposare. Sarei tentato, se non fosse che populismi ed estremismi hanno drogato la fonte prima della politica – la parola appunto – intossicando le sorgenti con nemici immaginari, con capri espiatori, con un frasario declinato sempre nella sua forma superlativa.

Si diceva in Italia, trent’anni fa, che dietro ogni violenza politica c’erano sempre dei cattivi maestri.
La diffusione della rete, delle tecnologie di comunicazione ha abbassato la soglia di ingresso nel mercato dei cattivi maestri: chiunque, con poco, può introdurre nel sistema parole, immagini, slogan, capaci di produrre effetti (in)desiderati a distanza globale. Lo sa bene Al Qaeda che utilizzò in modo macabro la rete nei primi anni della guerra in Iraq. Ma esiste sempre un’alternativa, anche per chi produce politica e informazione.
Il governo norvegese – grazie anche per questo – ha chiamato a una manifestazione di massa impressionante, silenziosa e composta, come composti erano i volti dei governanti di quel paese e delle famiglie segnate dal lutto. Ci saranno pure state pulsioni legittime per condannare Andres Breivik al più atroce dei supplizi, ma nessuno ha messo il megafono in mano ad un Borghezio norvegese.
Perché in certe circostanze non è vero che “the show must go on”. Talvolta la giostra si può e si deve fermare.

Pubblicato su Europa il 27 luglio 2011

La scommessa palestinese

La scommessa palestinese

L’iniziativa palestinese per il riconoscimento del proprio Stato da parte delle Nazioni Unite, dove a settembre verrà probabilmente presentata una risoluzione al riguardo, è una mossa disperata, figlia dello stallo negoziale, o un abile scacco al re israeliano?

Ogni giro di colloqui con i protagonisti di questa terra tormentata – siano essi i vertici istituzionali o i gruppi negoziali che da vent’anni si incontrano in varie località del mondo – lascia sempre la stessa impressione. Che cioè la diplomazia e il buon senso abbiano trovato da tempo la soluzione al 90% delle questioni sul tavolo: i confini da prendere a riferimento come base del negoziato, gli scambi territoriali necessari, la gestione razionale delle fonti d’acqua, un equilibrio possibile per gestire il diritto al ritorno dei rifugiati fra affermazione del principio e sua realistica applicazione, perfino la condivisione di Gerusalemme, capitale spirituale e politica per due popoli, ma città santa per tre religioni.

Gioco dell’oca
Ciò che manca sempre, si direbbe in gergo, è la volontà politica. L’innesco che permette di risedersi al tavolo e cercare finalmente l’accordo per quella che un dirigente libanese mi definisce come “madre di tutti i problemi e chiave di tutte le soluzioni dell’area”.

Quando Israele sembrava più aperta al compromesso, i palestinesi guidati da Yasser Arafat non sembravano pronti a chiudere l’intesa; quando questi ultimi erano drammaticamente lacerati fra Fatah e Hamas, Israele non riconosceva legittimità reale alla controparte di Ramallah; ora che le due fazioni hanno negoziato un accordo di riconciliazione che mette l’intero mandato nelle mani del presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Abu Mazen, manca il preliminare riconoscimento di Israele, che implicherebbe l’abdicazione politica da parte di Hamas.

Nasce sicuramente da qui, da questo inconcludente gioco dell’oca, la mossa di Abu Mazen di coinvolgere direttamente le Nazioni Unite, di chiedere all’Assemblea generale e al Consiglio di sicurezza quel riconoscimento che – sottolineano i dirigenti palestinesi – altrettanto unilateralmente segnò la nascita di Israele (e prima ancora, in altro contesto, anche quella degli Stati Uniti). È una scommessa che, secondo calcoli non contestati, può già fruttare ad oggi 120 voti favorevoli in Assemblea, anche se da Ramallah si fa sapere che si spera di arrivare persino a 150.

Un successo diplomatico che permetterebbe di guadagnare comunque, anche in caso di veto americano, lo status di paese osservatore presso l’Onu, con il diritto così di adire tutte le sedi e i contesti multilaterali, incluso il Tribunale penale internazionale. Sono lontani i tempi in cui Arafat interveniva alla tribuna di New York con in mano il ramoscello d’ulivo e il mitragliatore, chiedendo alla comunità internazionale di assumersi le proprie responsabilità. Abu Mazen taglierebbe questo traguardo nel pieno rispetto del diritto internazionale. Anzi nella più autorevole delle sedi multilaterali, guadagnando così anche in simpatia nella più vasta opinione pubblica.

Anno elettorale
Ma anche Ramallah sa che le decisioni delle Nazioni Unite non influenzano l’opinione pubblica israeliana, che anzi considera la scarsa comprensione internazionale delle proprie particolari condizioni come una sorta di accanimento politico. L’isolamento diplomatico di Israele, inoltre, renderebbe forse perfino più forte alle prossime elezioni l’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu. Da qui la richiesta e la disponibilità palestinese a riavviare il negoziato bilaterale, anche alla luce dei recenti successi economici conseguiti dal primo ministro palestinese Salam Fayyad, come la crescita della Cisgiordania e la vitalità di una terra definita auto-ironicamente “una occupazione a cinque stelle”.

Il primo ministro israeliano ha chiuso finora ogni spiraglio negoziale, forte dei 55 applausi tributatigli dal Congresso americano e dal veto a denti stretti che l’amministrazione americana gli offrirà alle Nazioni Unite, quale ultimo tributo di amicizia in un anno elettorale.

Questo arroccamento impedisce però a Tel Aviv di valutare fino in fondo gli smottamenti che stanno trasformando il quadro regionale: la Turchia in allontanamento, l’amica-nemica Siria in caduta libera, il Libano in difficoltà e, infine, l’Egitto, nel quale i partiti faranno campagna elettorale parlando anche della Palestina e che nel frattempo ha aperto la frontiera con la striscia di Gaza, vanificando molte delle preoccupazioni israeliane.

Nel medio periodo, per altro, la politica israeliana non è in grado di frenare o arrestare il trend demografico che vede crescere la componente palestinese che vive nelle zone occupate e che la raccogliticcia immigrazione russa non compensa minimamente né in termini di quantità, né di identità.

Anche recentemente il premier israeliano si è detto pronto a riconoscere lo Stato di Palestina, se il presidente palestinese riconoscerà simultaneamente lo “Stato nazionale ebraico”: uno Stato dove gli arabi avranno pieni diritti, ma rinunceranno ad ogni ulteriore rivendicazione. È un ostacolo strumentale che confonde politica e religione, sostiene Abu Mazen mostrando la fotocopia di una nota vergata a mano dal presidente americano Truman nel 1948, che autorizzava il voto americano alle Nazioni Unite in favore del riconoscimento dello Stato di Israele: l’intervento autografo di Truman cancellava il termine “Stato nazionale ebraico” dal testo. Se pensano di esorcizzare il futuro tornando ad un dilemma già risolto dalla Casa Bianca nel 1948, conclude Abu Mazen, provino prima a convincere il presidente americano Barack Obama.

Scelta dell’Italia
A forza di guardare gli eterni duellanti, da ultimo, si rischia di non rendersi conto che dal lato dei sicuri perdenti ci sono sia Stati Uniti sia Unione europea. Entrambi, da soli o nel Quartetto, non sono riusciti ad esercitare una pressione convincente per riportare le parti al negoziato diretto. E anche il recente incontro di Washington si è concluso con un balbettante nulla di fatto.

Così, se la questione venisse affrontata nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, sarebbe altamente probabile una lacerazione secca fra americani ed europei presenti in quella sede; se invece essa giungesse in Assemblea generale, ci sarebbe l’alto rischio che gli stati membri dell’Unione si dividerebbero esprimendo tutte e tre le opzioni di voto: il sì, l’astensione e perfino il no.

Anche se settembre sembra ancora lontano, inoltre, è indispensabile che l’Italia voti, dopo aver cercato il raccordo in sede Ue, tenendo conto della sua storia mediterranea e della sensibilità diffusa dell’intero paese e non della sola maggioranza che pro-tempore la governa. Un voto che ambisse a segnare uno scarto rispetto all’Europa, a marcare un’amicizia speciale con Tel Aviv, a cercare un’approvazione americana – oggi, per altro, nemmeno richiesta perché non necessaria – e che rinunciasse a quell’equilibrio che ha permesso al paese, in anni ben più difficili, di favorire il dialogo fra le parti, costituirebbe un grave errore politico.

Una simile scelta lacererebbe infatti una sensibilità nazionale assai vasta , che ha sempre fondato il sostegno al principio “due popoli, due Stati” sul riconoscimento del diritto di Israele a vivere in pace e in sicurezza e sul simultaneo riconoscimento del diritto dei Palestinesi ad avere un proprio Stato. Si tratterebbe inoltre di un chiaro passo falso davanti al rinnovamento in corso dell’opinione pubblica araba. Quest’ultima voterà prossimamente giudicando i suoi leader anche su questo tema. È dunque lecito aspettarsi dall’Italia una linea improntata all’equilibrio e al dialogo.

Lapo Pistelli è responsabile affari esteri e relazioni internazionali del Partito Democratico.

Pubblicata su Affari Internazionali, newsletter dello IAI

La follia di Oslo

La follia di Oslo

Ieri sera, poco prima di andare in macchina, l’Unità mi ha chiesto un breve commento sulla follia omicida di Oslo pubblicato poi oggi, sabato 23 luglio. Le notizie ultime mi costringono a cambiarne parte del testo.

Alle vittime, ai ragazzi del summer camp dei giovani laburisti norvegesi va il mio commosso pensiero.

La Norvegia è giustamente considerata fra i Paesi più pacifici, civili e aperti al mondo. E alla causa di un mondo migliore si è sempre dedicata con passione, competenza e generosità. Dalle cause globali degli Obiettivi del Millennio allo sviluppo sostenibile, dal conflitto israelo-palestinese alla difesa della libertà politica e religiosa, (per non menzionare l’importante macchina del premio Nobel) i norvegesi, i laburisti lì al governo – nonostante la geopolitica non li obblighi in alcun modo verso latitudini lontane – si sono sempre spesi sulla base del principio di giustizia e di uguaglianza.

Eppure, proprio una società così aperta e gentile ha covato al suo interno un virus oscuro e letale, un incrocio malefico fra una forma di terrorismo fai-da-te, un atto di follia nello stile del massacro di Columbine. Questa violenza assurda colpisce proprio uno dei governi di riferimento del progressismo europeo e un campo estivo con 700 ragazzi, organizzato dal movimento giovanile del partito, al quale in passato hanno partecipato anche i giovani democratici italiani.

Nelle prime ore, e ancora sulla maggior parte dei quotidiani di oggi, campeggiava la pista jihadista. In fondo, basta essersi spesi nella grande coalizione internazionale contro l’Afghanistan di Osama Bin Laden o essersi offerti per proteggere i civili di Bengasi dalla follia di Gheddafi o, peggio ancora, avere creato una società libera e serena che sa sorridere con le proprie vignette anche delle questioni religiose per entrare nel mirino folle di uno dei tanti gruppuscoli della galassia jihadista. E una sigla sconosciuta si era pure affrettata a rivendicare il massacro.

Con il passaggio delle ore, il quadro si è chiarito nella sua forma più tragica: le vittime non erano né 5, ne 15 ma sono salite (ad ora) a 91 per la maggior parte ragazzi, adolescenti indifesi. Inoltre il volto del male era quello di un ragazzo di 32 anni, biondo, alto, norvegese, l’immagine più lontana dallo stereotipo allevato in questi anni di lotta globale al terrorismo: un estremista dell’ultradestra, sedicente cristiano, islamofobico, un frutto avvelenato di una stagione politica che ha galoppato sulle paure, sui nervi scoperti delle società ricche, sulle ansie da globalizzazione. Una matrice e un movente che rendono priva di senso la sospensione temporanea di Schengen, una misura figlia della legittima paura del momento.

I democratici italiani sono al fianco della Norvegia, del suo governo, delle famiglie oggi colpite da un lutto inaccettabile e sono consapevoli che la maturità di questo grande Paese con la sua piccola popolazione consisterà proprio in questo. Nel non accettare il ricatto del terrorismo, nel non chiudersi nel pacifico mondo del Nord, nel continuare a spendersi per un mondo più giusto, nell’impegnarsi in conflitti lontani quando sono in gioco i più deboli, nel non barattare una minor libertà con una maggior sicurezza.

Anche se, in questo mondo, chi non riconosce né capisce la libertà e la diversità è sempre pronto a colpire vilmente alle spalle.

Lapo Pistelli
Responsabile Esteri e Relazioni Internazionali Partito Democratico