Monthly Archives: novembre 2010

Countdown -14: il silenzio di Maria Stella

Countdown -14: il silenzio di Maria Stella

Oggi, la Camera dei Deputati voterà il testo della cosiddetta riforma Gelmini dell’Università.

Roma è stata blindata fin dal mattino presto. Una sensazione gratuitamente spiacevole. Via del Corso con poliziotti in assetto anti sommossa che deviano cortei di turisti e di studenti allo stesso modo; un livello di protezione del “palazzo” che non ho mai visto negli anni di attività parlamentare. Montecitorio è abituata ad avere nella grande piazza dell’obelisco cortei e presìdi variopinti che esprimono le proprie opinioni, sia che governi il centrodestra sia che governi il centrosinistra. C’è il matto che recita gli atti parlamentari fingendosi un gran retore all’interno dell’aula, c’è quello che denuncia i dispetti ricevuti dai parenti con grandi cartelli vergati a pennarello, ci sono poi le manifestazioni organizzate con fischietti e palloncini che ricevono le visite dei parlamentari incaricati di quel dossier che si intrattengono con i manifestanti ascoltandone le ragioni e pure qualche fischio.

Nel mese dedicato alla legge di stabilità, la piazza è stata un plastico esempio del progressivo sgretolarsi del consenso sociale attorno al governo: nella stessa settimana si sono alternati i parenti dei malati di SLA e i terremotati de L’Aquila, i vigili del fuoco e i lavoratori dello spettacolo, i poliziotti e i portatori di handicap. Un affresco drammatico di un Paese in difficoltà che legge dei soldi regalati alle imprese cinematografiche dell’amica bulgara del premier, del raddoppio dei finanziamenti ad alcune università private ma che si sente poi fare la predica sulla necessità di tagliare il sostegno ai portatori di handicap.

Io non credo che l’università italiana sia da difendere per come è. Assolutamente no. Troppi atenei aperti per clientele politiche e territoriali, un po’ come la moltiplicazione degli aeroporti. Troppi magheggi nell’assegnazione delle cattedre. E troppa bassa classifica nel ranking degli atenei italiani rispetto a quelli del resto del mondo. Ma non accetto – come sostiene invece il Ministro Gelmini – che coloro che protestano e occupano stiano difendendo i baroni. Mi pare una linea politica paradossale. Lo ricavo dalla marea di posta elettronica che ricevo da settimane, da studenti e ricercatori, professori associati e ordinari, una levata di scudi che ha miracolosamente compattato tutto il fronte. Lettere che raccontano usi dissennati di fondi, che spiegano come la riforma precarizzerà a vita moltissimi ricercatori e ne spingerà all’estero altri, che denunciano le molte promesse non mantenute nella riforma perché affidate a coperture virtuali sul fronte della spesa.

Fini afferma che la riforma è una delle poche cose di cui andare orgogliosi in questa legislatura. Contento lui.

Io intanto vivo una giornata di battaglia parlamentare segnata dal reiterarsi di una scena paradossale: la presidente della Commissione, Valentina Aprea, si affanna negli interventi a ripetere “il Ministro pensa, il Ministro ritiene, il coraggio del Ministro, l’opinione del Ministro..” e il Ministro è lì, davanti a me, seduto ai banchi del governo a braccia conserte, talora a chiacchiera con la compagna di banco Mara Carfagna. Ma il Ministro non parla, non spiega perché si oppone agli emendamenti dell’opposizione, non argomenta per difendere l’impianto della sua riforma. Ha tentato una sortita insolente contro il segretario del Pd dandogli di “studente ripetente” e si è presa il boomerang di ritorno. Noi, infatti, saremo poco carismatici e ci difetteranno le pailettes ma i nostri anni curvi sui banchi di scuola li abbiamo passati. E così è stato gioco facile per Bersani mettere in rete il proprio libretto universitario segnato da una sfilata di voti altissimi chiedendo semmai come mai il Ministro avesse scelto di sostenere il proprio esame di Stato a Reggio Calabria invece che a Brescia, sua città natale.
Il Ministro tace. E’ un suo diritto ma è uno schiaffo gratuito al Parlamento.

Intanto è crollato un altro edificio a Pompei. Ma il calendario parlamentare salva il disastroso Bondi. La mozione di sfiducia nei suoi riguardi verrà assorbita dalla più generale mozione di sfiducia al governo il 14 dicembre.

Countdown -15: il buco della serratura

Countdown -15: il buco della serratura

E’ un mondo malato quello che ti chiede la firma sul modulo della privacy per comprare a rate un forno a micro-onde ma poi sbircia dal buco della serratura di Internet 250.000 file contenenti cablo diplomatici americani. Questo è ciò che penso, in sintesi televisiva, di ciò che Frattini ha definito “11 settembre della diplomazia mondiale”.
Tento di articolare qualche pensiero.

Se ci sono dei danni possibili, questi verranno fuori nei prossimi giorni. Per ora, il nostro giornalismo pettegolo, ossessionato dalla paura di prendere il “buco”, ha sbirciato rapidamente i titoli dei documenti alla ricerca del gossip, non delle cose serie. Scopriamo così, si fa per dire, che Putin è un “alpha dog”, cioè un maschio dominante, che Gheddafi è un ipocondriaco che contrasta la vecchiaia con il botox, che Berlusconi si finisce nei festini privati e recita il ruolo di portavoce dei portavoce di Putin. Grazie davvero. Non è un gran contributo per favorire il reclutamento nella carriera diplomatica. Queste cose, senza conoscerli personalmente, le sapeva anche Ivano, il fornaio all’angolo sotto casa mia. Renzo, suo fratello, che legge un po’ di più ne sa anche delle altre: che Putin ama mettere a tacere i giornalisti che parlano di lui in termini troppo critici, che Gheddafi preferisce piantare nei giardini delle capitali che visita delle tende un po’ pacchiane invece che alloggiare negli alberghi come il resto del mondo, che Berlusconi intrattiene le sue ospiti minorenni regalando bigiotteria di lusso a forma di animali e raccontando vecchie barzellette su esploratori sfortunati e cannibali.
E così anche noi abbiamo fatto lo scoop.

Difendo l’idea che nella vita delle persone, delle organizzazioni, delle comunità, delle istituzioni, debbano esistere aree riservate, dove non arrivano telecamere, taccuini e talpe informatiche. La cosiddetta “trasparenza” sta diventando un altare sul quale compiacere la mediocrità di chi si realizza vivendo le vite degli altri. E invece perfino la nostra Carta Costituzionale difende l’inviolabilità della corrispondenza postale, memore di quanto accadeva durante il ventennio fascista. Negli ultimi anni, invece, la tenaglia messa in atto da un’informazione alla ricerca di notizie, dalla patologica ricerca di notorietà di ogni singolo abitante di questo pianeta, dalla disponibilità crescente a barattare un po’ di libertà in cambio di una maggiore sicurezza dalla minaccia terroristica, ha generato la più gigantesca intrusione tecnologica nella vita dei singoli e delle comunità. Telecamere di sorveglianza ovunque, tracciabilità elettronica di ogni nostro spostamento, banche dati che ci fanno profili di consumo per riempirci la posta elettronica di offerte personalizzate, body scanner, conversazioni telefoniche immagazzinate per un tempo indefinito. Una parodia pasticciate di “1984”, sublimata nel format televisivo del “Grande Fratello” dove ogni prodezza notturna e litigio diurno è pensato e interpretato ad uso e consumo delle cento telecamere che spiano i protagonisti per sfamare i telespettatori. Tutto ciò non mi piace.

Più seriamente. Ogni organizzazione, ogni istituzione ha diritto di svolgere una propria discussione interna, di scambiarsi informazioni e analisi secondo procedure e gerarchie che disciplinano i livelli di accesso alle informazioni e la loro successiva diffusione. Non c’è niente di trasparente nel divulgare le strategie aziendali della concorrenza; quello si chiama spionaggio industriale e si finisce in galera. Inoltre, sarò pure “lombrosiano”, come quelli che prevedevano l’attitudine criminale delle persone studiandone la faccia e le espressioni, ma questo Julian Assange, con l’espressione dandy di un chitarrista dei Duran Duran, mi pare un gran furbacchione, non un profeta di libertà. E il suo sito è divenuto così il luogo della ricettazione informatica delle vendette che pezzi di potere oscuro e obliquo si lanciano a vicenda tramite i suoi ben pagati buoni uffici. Questo, proprio alla faccia della trasparenza, mi repelle.

Infine. In attesa di vedere nei prossimi giorni se le analisi diplomatiche delle ambasciate americane, cioè di funzionari di medio grado che non possono essere presi alla lettera come novelli oracoli di Delfi, ci suggeriranno spunti più seri di discussione, rivolgo retoricamente due domande a Wikileaks. Perché Assange, in nome della trasparenza, non racconta qualcosa delle sue fonti, di come le seleziona, se le paga ecc ecc ? Perché analoga caccia, in nome della trasparenza, non viene rivolta verso coloro che stanno devastando l’economia planetaria con le proprie azioni speculative, anche se pomposamente questa loro attività viene ribattezzata “la risposta dei mercati”?

Insomma, pensierino di inizio settimana, non sarebbe male se, una volta ogni tanto, questa paranoica attività di narcisistica osservazione degli altri servisse almeno a fare vincere i buoni e non a fare sprofondare tutti un centimetro in più in questa marmellata post-moderna.

Buona settimana a tutti.

Ps: la mia previsione sulla schedina del 14 dicembre è ancora 1 X 2. Abbiate pazienza.

Countdown – 17: il salame di Brunetta

Countdown – 17: il salame di Brunetta

La casa brucia ma a Brunetta quel salame pareva un po’ rancido e poi, signori, delle tracce di speck nell’ananas ! Quel catering de l’Aquila – non il George V di Parigi – una città fantasma che muore giorno dopo giorno si meritava proprio la lettera di protesta inviata dal ministro più lungimirante del governo.

Sembra una barzelletta. E invece è una delle notizie che compongono le prime pagine di oggi.
Il resto è – ahimè per l’imperatore – una piccola mappa di nuove rughe che si aprono sul corpo stanco del centrodestra italiano.

Varato un nuovo piano per il Sud. 80 miliardi di euro. Grida di entusiasmo ? Macché. Un’annoiata alzata di spalle. Se ci si riferisce ai soldi veri, quei pochi che erano destinati al sud se ne sono andati in due anni fra un prelievo e un altro, dalle quote latte alle mille altre richieste esaudite per tacitare la Lega (Nord, appunto). Se ci si riferisce a soldi nuovi, o sono stati stampati nottetempo a casa Tremonti o sono quelli falsi del Monopoli o li andranno a prendere stamani dopo aver inaugurato la Salerno Reggio Calabria e il Ponte sullo Stretto. Archiviare e passare ad altro.

Frattini denuncia in Consiglio dei Ministri (non a Zelig o durante un comizio) l’esistenza di un implicito complotto mondiale sull’immagine dell’Italia e preannuncia che non vi saranno danni dalla preannunciata pubblicazione di documenti da parte di Wikileaks. Attendiamo per commentare sulla seconda, ridiamo amaramente per la prima. Dopo le donne inviate per rappresaglia dalla mafia (Benigni ha già pronunciato parole definitive sull’argomento), scopriamo che la Spectre ha demolito la casa dei gladiatori di Pompei e che le inchieste sui trasferimenti in denaro gonfiati in Finmeccanica sono un equivoco. Segni di nervosismo non banali.

Fini chiede le dimissioni di Berlusconi prima del 14, come Casini. Leggere in proposito i commenti degli ultimi due giorni. Bene. C’è qualche dubbio residuo su quale sia la puntata successiva ma il presidente della Camera attesta lapidariamente che oggi Berlusconi non ha i numeri a Montecitorio per la fiducia. Se lo dice lui.

Berlusconi accetta i consigli di Napolitano sul decreto rifiuti, chiarisce in conferenza stampa a muso tirato il nodo delle competenze, giura – con minor convinzione del solito – che i rifiuti scompariranno entro quindici giorni. Anche perché la Lega – che ce l’ha duro – non molla sulle discariche e conferma che, prima di prendere sul gobbo un pezzo del problema campano, deciderà il territorio: Cota, Zaia e Formigoni hanno già schierato le ronde padane sugli argini del Po. Il Colle controfirma il decreto.

Montezemolo ha le guance rosse come le nostre Ferrari, è eccitato dall’idea di cimentarsi direttamente nell’agone politico, legge sondaggi di gradimento personale che lo spronano ad accelerare come Felipe Massa. Ribadisce che le elezioni ora non servono (dipenderà da lui ?), chiede che la legislatura continui per rifare la legge elettorale (con quali voti ?), pretende che il governo governi (per fare che cosa ?), propone che smetta di piovere ma che nevichi in montagna per andare a sciare (no, questo l’ho chiesto io…), lamenta che le stesse 30 persone governino partiti diversi da 20 anni (questo è vero ma deve pagare i diritti d’autore a Renzi e comunque servirebbe guardare i nomi di chi ha guidato la business community italiana negli ultimi 20 anni in aziende diverse per fare le opportune comparazioni..) invoca (o annuncia ?) la necessità di una grande “lista civica nazionale” ancorata al centro, animata da persone più o meno estranee alla politica di oggi, che faccia pulito del pattume di oggi. Mariotto Segni si agita nel letto.

Ne vedremo delle belle.

Fiori d’arancio per Mara Carfagna, che annuncia una imminente pace con il premier e convola a nozze il prossimo 13 maggio con il costruttore edile Mezzaroma. Buon per lui perché il Ministro, incontrato due giorni fa a cena (era il tavolo accanto…) è davvero bellissima. Dunque Mezzaroma esulta, l’altra mezza ha il cuore spezzato.

Buon sabato.